BRICIOLE CULT

Il miglio verde

Frank Darabont · 1999 · Drammatico,Tratto da libri

Nel braccio della morte arriva un uomo capace di cambiare per sempre chiunque incontri.

DI COSA PARLA?

Il miglio verde racconta la storia di Paul Edgecomb, guardia carceraria nel braccio della morte di una prigione americana negli anni Trenta. Il corridoio che conduce alla sedia elettrica è chiamato “miglio verde” per il colore del pavimento.

Un giorno arriva John Coffey, un uomo enorme condannato per l’omicidio di due bambine. Paul scopre presto che, dietro il suo aspetto imponente, John è una persona gentile e possiede un dono straordinario. Comincia così a dubitare della sua colpevolezza e a chiedersi se possa salvarlo prima che sia troppo tardi.

COSA LO RENDE UN CULT?

Il miglio verde era un cult ancora prima di diventare un film. La sua storia nasce dalla penna di Stephen King e, in Italia, viene pubblicata da Sperling & Kupfer in sei piccoli volumi, uno al mese, da aprile a settembre del 1996. Una scelta che richiama i romanzi a puntate dell’Ottocento: arrivi all’ultima pagina, resti con il fiato sospeso e devi aspettare il mese successivo per sapere cosa accadrà.

Immagino i lettori tornare in edicola in cerca del nuovo libretto, pronti a percorrere un altro tratto del miglio verde insieme a Paul Edgecomb e John Coffey. Il film ha poi reso quei personaggi indimenticabili anche sullo schermo, ma il legame con la loro storia era cominciato già in quell’attesa, un fascicolo alla volta.

QUANDO IL FILM INCONTRA L’IMMAGINAZIONE

Passare dalle pagine di un libro allo schermo è sempre un momento delicato. Hai già dato un volto ai personaggi, conosci le loro voci, hai immaginato i luoghi in cui vivono. Spesso il film finisce per deludere quelle aspettative. Il miglio verde, per me, riesce in qualcosa di rarissimo: Paul Edgecomb, interpretato da Tom Hanks, e John Coffey, interpretato da Michael Clarke Duncan, sembrano proprio le persone che avevo incontrato leggendo. È come se fossero usciti dalle pagine senza perdere nulla di ciò che li rendeva veri.

FILM CHE LASCIANO UN SEGNO

E mentre li guardi, finisci per affezionarti a loro e per provare quasi le loro stesse emozioni. Lo senti anche quando entra in scena Percy Wetmore, interpretato da Doug Hutchison: quel bullo che sembra godere del potere che ha sugli altri, ma dietro la prepotenza lascia intravedere tutta la sua fragilità. Un tipo di persona che, forse, abbiamo incontrato almeno una volta nella vita. Percy è scritto e interpretato così bene che la rabbia delle altre guardie diventa anche la tua. A un certo punto ti sorprendi a detestarlo come se fossi lì, nel braccio della morte, insieme a loro.

Al centro della storia resta una domanda che accompagna ogni passo verso la sedia elettrica: John Coffey, «come la bibita, ma scritto in modo diverso», è davvero colpevole? Chi è quest’uomo arrivato nel braccio della morte, e sarebbe giusto fargli percorrere il miglio verde? Più lo conosciamo, più scopriamo in lui qualcosa che sembra andare oltre ogni spiegazione. E più diventa doloroso vedere Paul e le altre guardie confrontarsi con ciò che sanno, con ciò che possono fare e con il senso di colpa di chi teme di non riuscire a salvarlo.

Sfido chiunque a non commuoversi quando John dice: «Sono stanco, capo. Sono stanco soprattutto del male che gli uomini fanno ad altri uomini». Senza raccontare ciò che accade in quella scena, credo che bastino queste parole per capire qualcosa della sua natura: John sente il dolore degli altri così intensamente da non riuscire più a sopportarlo. È un momento in cui il film ti tocca nel profondo. Arrivi alla fine e senti che qualcosa dentro di te si è spostato, anche solo di poco. Per me è proprio questo che il cinema, nei suoi momenti più grandi, sa fare: lasciarti diverso da come eri quando ti sei seduto a guardare.

LA BRICIOLA DI FTC

«Sono stanco, capo. Sono stanco soprattutto del male che gli uomini fanno ad altri uomini»

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